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ApprofondimentiIl Design for AllSaggio

Perché i prodotti escludono, e come lo evita il Design for All?

Fenomenologia dell’esclusione. Il Design for All come approccio contemporaneo alla progettazione

Un saggio del 2012, ripubblicato con note datate: il progetto che ignora la diversità delle persone produce esclusione, sociale e percepita. Dall’Universal Design all’invecchiamento, dagli esempi di Autogrill e del Delicanter al caso Ikea, perché il Design for All è il processo che la previene.

· aggiornato il 12 minuti di lettura

Un bambino con un maglione a righe si copre gli occhi con entrambe le mani. Fotografia in bianco e nero.

A quattordici anni dalla pubblicazione, la tesi resta: il progetto che ignora la diversità delle persone produce esclusione, sociale e percepita, e il Design for All è il processo che la previene, perché coinvolge le persone e ne misura il benessere, non solo l’accesso.

Il saggio è stato pubblicato nel 2012 su Bootleg 5/10; le note di aggiornamento sono di ottobre 2026. I dati e alcuni esempi sono cambiati: li aggiorniamo nelle note, distinte dal testo. Il saggio è ripubblicato con un solo intervento sul testo, l’aggiornamento terminologico: le espressioni «diversamente abili» e «popolazione portatrice di disabilità» sono sostituite con «persone con disabilità», il termine della Convenzione ONU e, dal 2024, della legge italiana (D.lgs. 62/2024, art. 4), e il Design for All è indicato come approccio e processo. Le ragioni della scelta sono nell’articolo Disabili, diversamente abili, persone con disabilità.

Il libro «Design Meets Disability» di Graham Pullin appoggiato su un pavimento di legno: in copertina, un paio di occhiali bianchi. (si apre in una nuova scheda)

Universal Design: un incontro del 2009

Mi trovavo negli Stati Uniti, era la prima metà di giugno del 2009, e mi aggiravo lungo il passeggio che costeggia l’Oceano. Era, per me, la mia prima volta negli Stati Uniti e non esito a esprimere la mia profonda delusione. Un luogo senza identità, o almeno come la intendiamo noi europei, e senza riferimenti. Giungo finalmente in una libreria curioso di capire se avrei mai trovato qualcosa per cui sforzarmi di leggere in lingua originale; subito all’ingresso si presenta la sezione Design e Architettura. Non nascondo che la cosa mi fece piacere, un po’ perché avevo immediatamente trovato il mio spot in un’immensa (come tutto in America) libreria e un po’ perché avrei speso le prossime ore in luogo diverso da fast food, una boutique di abbigliamento, una mostra.

Tra i libri in evidenza trovo in primo piano quello che avrei poco dopo comprato: Design meets disability di Graham Pullin. L’argomento non mi suonava nuovo, proprio perché stavo sviluppando, nello stesso periodo, un progetto di un lavabo molto particolare per persone con disabilità per un’azienda (Goman (si apre in una nuova scheda)) e le mie ricerche hanno incontrato più volte l’Universal Design e le sue applicazioni.

Dalle prime pagine si evince che: “Universal design è il termine che viene associato ad una metodologia progettuale ad ampio spettro, e che ha per obiettivo la progettazione e la realizzazione di edifici, prodotti e ambienti accessibili a ogni categoria di persone portatrici e non di disabilità”. Tra la moltitudine di esempi possibili di Universal Design, i primi che l’autore sceglie sono l’iPhone (all’epoca era il 3G); il motivo soggiace nella tastiera numerica che il sistema operativo aveva predisposto in maniera tale da occupare tutto lo schermo. I pulsanti numerici erano, e sono ancora, sovradimensionati e pertanto la composizione del numero del telefono desiderato è estremamente accessibile anche agli anziani.

Si mostra clamorosamente che il pubblico di riferimento non è, come potrebbe sembrar scontato, unicamente la popolazione con disabilità, ma principalmente quella che vive la ormai conclamata terza, ma soprattutto quarta età. Diventa chiaro che l’età avanzata è fra i principali temi affrontati dalle discipline e dai processi di progettazione per l’utenza ampliata.

Deambulatori in legno su ruote con manici ad anello e a uncino, con piani d’appoggio e contenitore azzurri, una poltrona con imbottitura viola e due supporti da tavolo con pannello trasparente, su fondo bianco.
Lanzavecchia + Wai, collezione «No Country for Old Men»: oggetti d’uso per la terza e la quarta età.

Invecchiamento: i numeri

Qualche dato può aiutare a capirne la portata e la valenza. Va premesso che la definizione di anziano tout-court è vaga ed elastica; sia in ambito scientifico che nei rapporti tra individuo e società l’elemento che viene assunto come indicatore dell’invecchiamento è rappresentato dall’età cronologica. In altri termini si definisce anziano un individuo che abbia superato una soglia convenzionale di 60-65 anni. Sempre convenzionalmente si può definire terza età quella che va dai 60–65 anni ai 75 e la quarta età quella che dai 76 anni va oltre. Nell’Unione Europea vi sono attualmente più di 70 milioni di ultra sessantenni, il che corrisponde al 20% della intera popolazione.

Nota 2026. Al 1° gennaio 2025 le persone con 65 anni e più sono il 22,0% della popolazione dell’Unione Europea e il 24,7% di quella italiana, la quota più alta tra i Paesi membri; le persone con 80 anni e più sono il 6,2% (Eurostat (si apre in una nuova scheda), dati estratti a febbraio 2026). I dati completi sono nella pagina dedicata a invecchiamento e disabilità in Europa.

Nel 2030 in Italia, secondo una indagine Eurispes, avremo un anziano ogni tre cittadini. È ovvio che nulla accomuna i soggetti della stessa fascia d’età; troviamo infatti anziani giovanilissimi, vispi e autosufficienti di 80 anni. Altrettanto ovvio è che avvicinarsi alla terza età, ma soprattutto alla quarta, porta con più probabilità al manifestarsi di malattie, patologie e difficoltà di vario genere.

Nota 2026. Le previsioni dell’Istat diffuse il 31 agosto 2026 indicano che in Italia le persone con 65 anni e più passeranno dal 24,7% del 2025 al 34,5% nel 2050 (Istat, Previsioni della popolazione residente, base 1/1/2025). Le soglie d’età delle due stime non coincidono; la direzione indicata nel 2012 è confermata.

Piramidi della popolazione europea per sesso e classi d’età: nel 2005, 729,4 milioni di abitanti; nel 2050, secondo la proiezione, 691 milioni, con una base più stretta e le classi oltre i 60 anni più ampie.
La popolazione europea nel 2005 e nella proiezione al 2050. Fonte: UN World Population Prospects, revisione 2008.

Perché il Design for All è un’altra cosa

Ma approfondendo e tornando sull’argomento, l’Universal Design non è l’approccio più corretto, o quanto meno il più completo e esaustivo per affrontare una tematica così complessa e eterogenea come la progettazione rivolta a tutta la popolazione. L’Universal Design, molto diffuso negli Stati Uniti, è molto concentrato sul prodotto finale utilizzando regole di facile applicazione; questo permette di avere risultati e vantaggi a breve termine, ma fallisce completamente nel creare una coscienza dell’inclusione sociale nei decisori e nei progettisti. Quindi le metodologie proposte da questa disciplina non permettono di misurare il rispetto della dignità umana, perché non misurabile con parametri puramente oggettivi. In questo senso, il Design for All si differenzia radicalmente.

Nota 2026. Dal 2012 l’Universal Design ha affiancato ai sette principi otto obiettivi (Steinfeld e Maisel), tra cui benessere, integrazione sociale, «dignità e rispetto». La differenza indicata dal saggio resta, ma va detta con precisione: nell’Universal Design la dignità è un requisito del risultato; nel Design for All si verifica con le persone, coinvolte in ogni fase del progetto, come chiede la Dichiarazione di Stoccolma. Il confronto con le fonti di ciascun approccio è nell’articolo Design for All, Inclusive Design, Universal Design: approcci progettuali a confronto.

“Il Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza”. “Progettare Design for All significa concepire ambienti, sistemi, prodotti e servizi fruibili autonomamente da parte di persone con esigenze e abilità diversificate”. È un processo progettuale che fa uso cosciente dell’analisi dei bisogni e delle aspirazioni umane ed esige il coinvolgimento degli utenti diretti. Sono quindi contemplati, a differenza di altre discipline, tutti gli elementi del progetto che non costituiscano discriminazione sociale o codici di ghettizzazione degli utenti. Questo è il punto chiave che permette al Design for All di mettersi in una posizione privilegiata, più contemporanea, e che allo stesso tempo amplia i fattori d’analisi nel progetto. Sono infatti coinvolti tutti i sensi (5) dell’uomo e perciò si può definire un approccio olistico, che senza dubbio risulta una sfida creativa ed etica non solo per designer e progettisti, ma anche per imprenditori, amministrazioni pubbliche e leader politici. È importante, infine, specificare che per “All” si intendono tutte le persone che vogliono, desiderano o devono fruire del progetto, e non “tutti” in senso categorico.

Area di servizio Autogrill vista di notte: un edificio basso e illuminato, sovrastato da una grande vela rossa con il logo Autogrill.

Esempi di Design for All

Sono disponibili diversi esempi dove questo processo di progettazione ha trovato applicazione con discreto successo. L’ambiente accessibile (anche se spesso discriminatorio) per antonomasia è sicuramente il bagno, anche perché regolato da normative precise quando è di servizio pubblico in contesti quali bar, ristoranti, alberghi, fiere, ecc… Meno scontato come esempio è lo sforzo degli ultimi anni da parte di Autogrill di disporre di strutture seguendo le linee guida del Design for All.

Al momento, i siti di ospitalità e sosta davvero accessibili di Autogrill si trovano a Ravenna sulla E45 e a Villoresi Est sulla A8 Milano Laghi. Questi due edifici sono agibili in tutte le loro parti in modo non discriminatorio, le scaffalature sono raggiungibili da tutti (bambini, adulti, persone con disabilità), gli arredi (sedute e tavoli) sono leggeri e di facile manipolazione, contrasti cromatici adeguati, banconi accessibili anche per chi dispone di sedia a rotelle, ecc. Addirittura i bagni della struttura Villoresi Est hanno una conformazione originale e quasi sui generis che non solo non è discriminante, ma è più confortevole e funzionale. Non è un caso che l’Associazione DfA Italia abbia conferito ad Autogrill il Marchio di Qualità Design for All (si apre in una nuova scheda).

Nota 2026. L’area di servizio Villoresi Est, progettata dall’architetto Giulio Ceppi, è documentata tra gli esempi di Design for All dell’EIDD – Design for All Europe (si apre in una nuova scheda), che ricorda anche il riconoscimento del 2010 all’area di Mensa di Ravenna sulla E45.

Tra i vari prodotti accessibili, in commercio o in via di sviluppo, merita ancora una nota il Delicanter, progettato da Paolo Favaretto. Si tratta di un decanter in cristallo soffiato con un fondo quasi sferico accolto da una base di legno o metallo. In questo modo è anche (ma non solo) possibile servire la bevanda (vino o liquore) senza il minimo sforzo, perché è sufficiente far ruotare il decanter senza sollevarlo. È un progetto che apre la strada a chi ha difficoltà a gestire pesi (specialmente se i pesi sono sbilanciati) o ha perso la precisione nell’effettuare gesti di uso quotidiano. Questo accessorio da cucina è solo uno di una lunga serie di oggetti innovativi che possono sottolineare l’importanza di creare un mondo fruibile e confortevole per tutti attraverso un Design sempre più attento ai bisogni delle persone.

Due Delicanter su un tavolo all’aperto: decanter in cristallo con il fondo quasi sferico, appoggiati su basi a disco, una scura e una metallica, su cui si versa ruotandoli senza sollevarli.
Il Delicanter di Paolo Favaretto: si versa facendo ruotare il decanter sulla sua base, senza sollevarlo.

L’esclusione come fenomeno: il caso Ikea

Se è chiaro che il Design for All (come altre discipline similari) si rivolge principalmente, ma non esclusivamente, agli anziani (per accessibilità e indipendenza) e quindi ad una fascia della popolazione molto ampia, stupisce come non sia un approccio così diffuso e percepibile nella vita quotidiana. Ricerche dimostrano che il 90% dei prodotti in Europa non siano completamente accessibili e urge un’educazione ma soprattutto una sensibilità progettuale che completi il lavoro e l’efficacia mostrata dall’applicazione di normative locali o internazionali come, ad esempio, l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Nota 2026. Il dato del 90%, riportato nel 2012, non ha oggi una fonte verificabile: lo lasciamo come parte del testo originale, non come dato. Per i dati aggiornati su invecchiamento e disabilità rimandiamo alla pagina dedicata.

È sufficiente pensare a Ikea, la cui diffusione mondiale sia per arredi e complementi d’arredo che per un design democratico e a basso costo, per dimostrare come l’argomento “accessibilità” non sia una priorità; al momento, infatti, è presente una cucina per persone con disabilità e poco altro. Sotto l’ottica del Design for All, Ikea diventa subito un riferimento meno democratico e con una visibilità da far riflettere. In questo senso, purtroppo, si può parlare di una fenomenologia dell’esclusione, sociale e percepita. I motivi che non spingono Ikea verso un’inclusione sociale più dichiarata sono molteplici e forse insindacabili, ma di certo questa multinazionale attualmente sta perdendo un’occasione.

Nota 2026. Dal 2012 Ikea si è mossa: nel 2019, in Israele, con ThisAbles, componenti da stampare in 3D per adattare i mobili esistenti, e nel 2025 con BÄSINGEN, una piccola linea di accessori per bagno e casa (Apartment Therapy, 3 aprile 2025 (si apre in una nuova scheda)). Sono passi concreti, ma confermano il punto del saggio: l’accessibilità arriva come linea dedicata, accanto al catalogo, non come qualità dell’intero catalogo.

Il Design for All come leva economica

Manifesto con la scritta «Good design enables, bad design disables» su un tessuto blu a piccoli fiori gialli.

Infatti il Design for All può essere una leva economica per le aziende da non sottovalutare: consente di soddisfare la maggior parte dei clienti dando facilità, comodità e gradevolezza d’uso anche a fasce penalizzate o spesso escluse, fidelizza i clienti perché valorizza la loro specificità, e dà una risposta creativa e non discriminante alle norme per la sicurezza e le disabilità. Ovviamente aumentare la possibilità di utilizzo di un ambiente o un prodotto significa aumentare il numero di utenti o consumatori, ma soprattutto, nel panorama attuale, per un’azienda significa differenziarsi e mostrarsi socialmente attivi, contemporanei.

Si può dire con certezza che progettare il Design for All non significhi applicare al progetto limiti o restrizioni, ma che si tratti di un’occasione per sviluppare prodotti, sistemi o ambienti che abbiano un forte valore innovativo portatore, volendo, di nuovi linguaggi e soluzioni; celebre è la frase di Paul Hogan, presidente del EIDD Design for All Europe “Good design enables, bad design disables”.

Nota 2026. Paul Hogan è stato il fondatore e il primo presidente dell’EIDD (1993–1996). Il motto compare in testa alla pagina della Dichiarazione di Stoccolma (si apre in una nuova scheda) sul sito dell’EIDD. Il valore economico del Design for All è approfondito, con dati aggiornati, nell’articolo sul ritorno dell’investimento in accessibilità.

Citazione in bianco su fondo bordeaux: «L’accessibilità deve diventare un tema indiscutibile per ogni buon progetto, come la mobilità, l’ecologia, il risparmio energetico… e non atto di carità.» A margine: dfaitalia.it / archidiversity.it.Locandina di Archidiversity alla XXI Triennale di Milano 2016: un uomo in carrozzina e, capovolto sotto di lui come in uno specchio, un uomo su uno skateboard.
Due materiali di Design for All Italia per Archidiversity, XXI Triennale di Milano, 2016: successivi al saggio, ne riprendono la tesi.

È giunto ormai il momento che il Design for All, o più in generale il Design per la persona, venga trattato, considerato e valorizzato con lo stesso impegno con cui nell’ultimo decennio si è trattato il tema “sostenibilità” e dintorni. Se un prodotto non può prescindere dal considerare il suo impatto ambientale, ora non è più accettabile che un prodotto non consideri la possibilità che venga utilizzato da persone con abilità diversificate. Il futuro del design è conseguente, come la Storia insegna, al futuro dell’uomo; l’unica certezza è che l’uomo sopravvive sempre più a lungo e le difficoltà generate da questo fenomeno vanno affrontate.

Se il Design non se ne occupa è fuori dalla Storia.

Bibliografia

  • Graham Pullin, Design meets disability, MIT Press, 2009
  • Avril Accolla, Design for All — Il progetto per l’individuo reale, Franco Angeli, 2009
  • Luigi Bandini Buti, Ergonomia Olistica, Franco Angeli, 2008
  • Gilardelli Daniela, Progetto “Idea DfA” — Il primo progetto italiano di introduzione del Design for All nelle PMI e le linee guida emerse, Camera di Commercio di Milano

La manipolazione e/o la riproduzione (totale o parziale) e/o la diffusione telematica di quest’opera sono consentite previa autorizzazione degli autori. Questo saggio è stato pubblicato nel 2012 all’interno di Bootleg (si apre in una nuova scheda) 5/10.

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