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ApprofondimentiIl Design for AllGuida

Che differenza c’è tra Design for All, Inclusive Design e Universal Design?

Design for All, Inclusive Design, Universal Design: approcci progettuali a confronto

Tre approcci con lo stesso fine e tradizioni diverse: i sette principi americani, la scelta britannica delle alternative, il processo europeo che coinvolge le persone in ogni fase. Che cosa li distingue davvero, e perché nel nostro lavoro partiamo dal Design for All.

· aggiornato il 8 minuti di lettura

Binari ferroviari in miniatura che partono da un unico tronco e si diramano in più direzioni, alcuni interrotti e smontati: approcci diversi con un’origine comune.

Design for All, Inclusive Design e Universal Design condividono lo stesso fine, progettare soluzioni utilizzabili dal più ampio numero di persone, ma nascono da tradizioni e testi diversi e mettono l’accento in punti diversi. L’Universal Design, nato negli Stati Uniti, si fonda su sette principi del 1997 che orientano il progetto e ne valutano il risultato. L’Inclusive Design, di matrice britannica, ammette che una sola soluzione non può includere tutti e chiede di offrire alternative. Il Design for All, definito in Europa dalla Dichiarazione di Stoccolma del 2004, è un processo che richiede il coinvolgimento delle persone in ogni fase, parte dai loro bisogni e dalle loro aspirazioni e misura il risultato anche sulla dignità, il comfort e il benessere di chi lo usa.

Nell’evoluzione costante del Design e dell’innovazione emerge sempre più la necessità di porre al centro della progettazione l’obiettivo dell’inclusione. L’inclusione è una parola che porta con sé numerosi significati e ambiti; in quello progettuale rappresenta l’ambizione di vivere in una società in cui ogni individuo, indipendentemente dalle sue abilità, disabilità, età, genere o background culturale, ha accesso agli stessi servizi, prodotti e opportunità. L’importanza di porre l’inclusione al centro del processo di progettazione è resa ancor più evidente dal progressivo invecchiamento della popolazione: l’aumento della longevità è un segno di progresso, ma presenta nuove sfide per una popolazione che convive con almeno cinque generazioni. Questo rende per il Design un imperativo etico, tecnico e pratico.

Uomo anziano con la coppola, seduto su una panchina di un parco innevato, legge il giornale. Fotografia in bianco e nero.

Tre approcci, un fine comune

In questo contesto emergono tre approcci che hanno affrontato la progettazione attraverso decenni di riflessioni: Design for All, Inclusive Design e Universal Design. Ognuno affronta il tema da angolazioni diverse, con un obiettivo comune: migliorare la vita delle persone, l’autonomia e, più in generale, il benessere e il comfort attraverso il progetto.

Ognuno ha però caratteristiche distintive, in termini di processo, strategie e benefici. Tutti e tre promuovono una cultura di accettazione, rispetto e considerazione, che conduce a una maggiore coesione sociale, a una riduzione delle disparità e a una partecipazione più attiva di tutti i membri della comunità.

In sintesi: le differenze in una tabella

In sintesi: le differenze in una tabella
Design for AllInclusive DesignUniversal Design
Area d’origineEuropa (EIDD – Design for All Europe)Regno UnitoStati Uniti
Testo di riferimentoDichiarazione di Stoccolma, 2004; Dichiarazione di Gaia, 2024The principles of inclusive design, Design Council/CABE, 2006Sette principi, Center for Universal Design, NC State University, 1997
NaturaProcesso progettuale olistico e multidisciplinareFilosofia e insieme di principiSette principi che orientano il progetto e ne valutano il risultato; dal 2012 descritto come processo (Steinfeld e Maisel)
Ruolo delle personeCoinvolte in ogni fase, a partire dall’inizio (Co-Design)Coinvolte in tutte le fasi (CABE 2006)Non previsto dai principi del 1997; la partecipazione sociale è un obiettivo del risultato (2012)
Rapporto con l’esclusioneRifiuta la soluzione che segnala la condizione: una soluzione è riuscita quando le persone la scelgono, non quando la subisconoDichiara chi resta escluso e offre alternativeUn’unica soluzione per tutti, senza adattamenti né progetto specializzato; evitare segregazione e stigma (principio 1)
A chi si rivolgeProgettisti, imprenditori, amministratori, decisori politiciProgettisti e gestori dell’ambiente costruitoProgettisti e consumatori
AmbitoAmbiente costruito, oggetti d’uso, servizi, cultura e informazioneAmbiente costruito (CABE 2006); prodotti e digitale in altri riferimentiProdotti e ambienti (1997); programmi e servizi nella Convenzione ONU (2006)
La scala elicoidale dei Musei Vaticani vista dall’alto: la doppia spirale in bianco e nero, con la rampa evidenziata in giallo.

Design for All: la Dichiarazione di Stoccolma e il processo partecipativo

Dalla Dichiarazione di Stoccolma (si apre in una nuova scheda) del 2004, il Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza. Le principali premesse sono l’approccio olistico e la sfida creativa: la prima chiede gruppi di lavoro con le competenze necessarie per affrontare il progetto nella sua totalità e complessità; la seconda è l’energia che spinge a esplorare nuove idee per superare gli ostacoli. La sfida creativa ed etica è rivolta non solo ai progettisti, ma anche agli imprenditori, agli amministratori e ai decisori politici, a cui è chiesto di considerare l’inclusione parte integrante della loro visione. Nel 2024 la Dichiarazione di Gaia (si apre in una nuova scheda) dell’EIDD ha esteso questo impegno alle sfide del clima, delle emergenze e dell’intelligenza artificiale.

Il coinvolgimento attivo e creativo degli utenti finali, degli stakeholder e degli experiencer, diretti e indiretti, è il pilastro del Design for All, che ha consolidato la centralità dei processi partecipativi. Le persone a cui sono destinate le soluzioni, che siano prodotti, servizi o ambienti, sono coinvolte fin dalle prime fasi perché portano una prospettiva unica sulla loro esperienza e sulle difficoltà che affrontano. Il gruppo di lavoro trasforma bisogni, preferenze ed esigenze in requisiti di progetto, e le soluzioni sono a loro volta verificate con le persone coinvolte.

Il Design for All richiede tempo, impegno e talvolta costi aggiuntivi rispetto a un approccio tradizionale, ma riduce gli errori, e quindi i costi di rettifica, proprio grazie alla verifica continua. Assicura inoltre soluzioni gradevoli e non discriminanti, che non enfatizzano le differenze o le esigenze specifiche, come quelle delle persone con disabilità.

Rendering in bianco e nero di una seduta avvolgente con poggiatesta e braccioli, in un interno contemporaneo.

Inclusive Design: i principi del Design Council

L’Inclusive Design è l’approccio più vicino al Design for All: si pone come obiettivo la partecipazione equa, sicura e indipendente alle attività quotidiane, considerando la diversità umana. I principi esplicitati dal Design Council e dal CABE nel 2006 (si apre in una nuova scheda) chiedono di mettere le persone al centro del processo, coinvolgendole in tutte le fasi; riconoscere la diversità e le differenze; offrire una scelta quando un’unica soluzione non può soddisfare tutti; garantire flessibilità d’uso; realizzare edifici e ambienti comodi e piacevoli da usare. Per i prodotti e i servizi digitali un riferimento complementare sono gli Inclusive Design Principles (si apre in una nuova scheda).

L’Inclusive Design riconosce apertamente che non sempre una singola soluzione risolve tutte le esigenze, e propone di dichiarare la parte di popolazione che potrebbe restare esclusa, per ragioni tecniche, tecnologiche o economiche. Chiede alternative che tengano conto della diversità delle esigenze: collezioni di prodotti, soluzioni complementari, accessori. E propone soluzioni predisposte alla flessibilità nel tempo, perché le esigenze cambiano.

Universal Design: i sette principi del 1997

L’Universal Design è un approccio molto diffuso negli Stati Uniti e in Australia, che si basa sui sette principi (si apre in una nuova scheda) formulati nel 1997 dal Center for Universal Design della North Carolina State University: equità nell’uso, flessibilità nell’uso, semplicità e intuitività, informazioni percepibili, tolleranza all’errore, riduzione dell’impegno fisico, dimensioni e spazi adeguati. I principi servono a valutare progetti esistenti, a guidare il processo e a formare i progettisti. Nel 2012 Edward Steinfeld e Jordana Maisel li hanno integrati con otto obiettivi, gli 8 Goals of Universal Design (si apre in una nuova scheda), tra cui il benessere, l’integrazione sociale e l’appropriatezza culturale.

È anche il termine adottato dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che all’articolo 2 definisce la progettazione universale e precisa che non esclude gli ausili per particolari gruppi di persone con disabilità, dove sono necessari. La distinzione che conta, quindi, non è tra soluzione per tutti e ausilio, ma tra un oggetto che le persone possono scegliere e uno che segnala la loro condizione.

Persone che salgono e scendono una scalinata pubblica con gradini disposti a zigzag. Fotografia in bianco e nero.
Una scalinata pubblica in cui gradini e rampe convivono nello stesso disegno.

Che cosa hanno in comune

I tre approcci condividono la diversità umana come punto di partenza, il rifiuto della segregazione e l’idea che una buona soluzione serva a più persone di quelle per cui è stata pensata. Non condividono allo stesso modo l’attenzione all’ambiente: il Design for All la rende esplicita con la Dichiarazione di Gaia dell’EIDD (2024), che lega inclusione, clima ed emergenze; i principi dell’Universal Design del 1997 e quelli dell’Inclusive Design del 2006 non ne parlano.

Quale approccio scegliere in un progetto

Nella pratica i tre approcci non si escludono. I sette principi dell’Universal Design orientano il progetto e ne verificano il risultato; l’Inclusive Design offre un criterio onesto quando un’unica soluzione non basta e serve una gamma; il Design for All governa l’intero processo, perché parte dalle persone e dalle loro aspirazioni, non solo dai loro limiti. È l’impostazione che seguiamo nelle nostre consulenze: il coinvolgimento delle persone all’inizio del progetto, verifiche continue e soluzioni che le persone amano usare, non soltanto possono usare.

La consulenzaStorie dei progettiI progetti

Domande frequenti

Design for All e Universal Design sono la stessa cosa?

No. L’Universal Design si fonda su sette principi che orientano il progetto e ne valutano il risultato, ma non prevedono la partecipazione delle persone al progetto. Il Design for All è un processo che le coinvolge in ogni fase e ne considera bisogni, aspirazioni e dignità. Perché l’equivalenza proposta da Wikipedia è un errore è spiegato nell’articolo Design for All e Wikipedia.

Qual è la differenza tra Design for All e Inclusive Design?

Sono gli approcci più vicini: entrambi coinvolgono le persone lungo tutto il progetto. L’Inclusive Design, nella formulazione britannica del 2006, riguarda soprattutto l’ambiente costruito e chiede di dichiarare chi una soluzione esclude, offrendo alternative. Il Design for All estende lo stesso impegno a oggetti, servizi, cultura e informazione e lo rivolge, oltre che ai progettisti, a chi decide: imprenditori, amministratori, politici.

Quanti sono i principi dell’Universal Design?

Sette, formulati nel 1997 dal Center for Universal Design della North Carolina State University. Nel 2012 Steinfeld e Maisel vi hanno affiancato otto obiettivi, i Goals of Universal Design.

Che rapporto c’è con l’ergonomia?

L’ergonomia studia le interazioni tra le persone e gli altri elementi di un sistema. Fornisce a tutti e tre gli approcci dati, metodi di analisi e di verifica. Il rapporto è approfondito nell’articolo A proposito di ergonomia.

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