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Disabili, diversamente abili o persone con disabilità: che cosa cambia nel progetto?

Disabili, diversamente abili, persone con disabilità: non è una questione di linguaggio

Si dice «persona con disabilità»: è il termine della Convenzione ONU e, dal 2024, della legge italiana. Dalla Convenzione all’ICF, perché mettere la persona prima della condizione cambia il modo di progettare, e perché il Design for All parla di diversità umana e di aspirazioni, non di categorie.

· aggiornato il 5 minuti di lettura

Le mani di un uomo in camicia azzurra: il pugno chiuso, con il pollice alzato, appoggiato sul palmo aperto dell’altra mano.

Si dice «persona con disabilità». È il termine della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, e dal 30 giugno 2024 è anche il termine che la legge italiana adotta in modo sistematico: il D.lgs. 62/2024 sostituisce «disabile», «diversamente abile», «portatore di handicap» e «persona handicappata» con «persona con disabilità». Mettere la persona prima della condizione non è una cortesia lessicale: cambia il modo di progettare.

Apparentemente può sembrare una questione di linguaggio. La lingua corrente e le sue forme di applicazione rimangono come espressione della cultura, del grado di civiltà, del modo di pensare, e del livello di attenzione. Alcuni autori contemporanei, infatti, definiscono il linguaggio umano come uno strumento del pensiero.

La Convenzione ONU e la legge italiana

A valle di un processo evolutivo della lingua corrente che tende sempre a migliorarsi anche in relazione al rispetto e alla sensibilità degli individui, sono evidenti le scelte da organi governativi di rilievo come l’ONU (si apre in una nuova scheda) con la “Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità (si apre in una nuova scheda)”, adottata dall’Assemblea generale il 13 dicembre 2006. Persone con disabilità è il termine utilizzato ufficialmente anche dallo Stato Italiano, che ha ratificato la Convenzione con la Legge 3 marzo 2009, n. 18. Con molta probabilità, per mettere al centro dell’attenzione la persona e non la patologia, condizione fisica.

Diapositiva di apertura di una presentazione dell’Ufficio regionale per l’Europa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani: «The Convention on the Rights of Persons with Disabilities», Dima Yared, Strasburgo, ottobre 2012. (si apre in una nuova scheda)
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità presentata dall’Ufficio regionale per l’Europa dell’Alto Commissariato per i diritti umani, Strasburgo, 2012.

Dal 30 giugno 2024 la scelta è diventata sistematica. L’articolo 4 del D.lgs. 3 maggio 2024, n. 62 (si apre in una nuova scheda) stabilisce che, nelle norme vigenti, la parola «handicap» sia sostituita da «condizione di disabilità» e che «persona handicappata», «portatore di handicap», «persona affetta da disabilità», «disabile» e «diversamente abile» siano sostituiti da «persona con disabilità».

Dal modello medico all’ICF

Ancor più che le barriere architettoniche, quindi, sono le barriere culturali che possono avere un grande impatto sociale sulle discipline e le manifestazioni dell’operato dell’uomo. Già l’ICF (si apre in una nuova scheda) (International Classification of Functioning, Disability and Health), adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001, aveva gettato le basi per rivedere alcuni paradigmi, spostando l’attenzione dalla menomazione al funzionamento della persona nel suo ambiente. La Convenzione ONU ne ha tratto la conseguenza nel preambolo, alla lettera e): «la disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed efficace partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri». Se la disabilità nasce da un’interazione, una parte della responsabilità è di chi progetta l’ambiente.

Perché riguarda il progetto

Questa scelta e tale espressione, quando è in relazione o accompagnata al progetto avvalora il suo significato (dal latino proiectum, da pro-icere, “gettare avanti”: ciò che viene gettato davanti) innovativo e contemporaneo. Altresì, fornire servizi di progettazione, prodotti, o altro per disabili o diversamente abili risulta quasi un ossimoro. Ciò che può migliorare la qualità della vita, l’autonomia e il diritto all’accesso e l’utilizzo è contrapposto al rispetto delle persone.

Chi progetta «per disabili» parte da una categoria e tende a produrre un oggetto separato, riconoscibile, spesso dal sapore ospedaliero, che dichiara la condizione di chi lo usa prima ancora di servirlo. Chi progetta per persone, comprese le persone con disabilità, parte da gesti, contesti e desideri. Anche quando serve un ausilio dedicato, che la Convenzione ONU riconosce espressamente, lo disegna perché possa essere scelto e non subito: una soluzione che chiunque può desiderare.

Le parole nel Design for All

Ancora una volta il Design for All risulta più lungimirante e discreto, parlando di diversità umana, anche in relazione a desideri e ambizioni. Lo fa dalla Dichiarazione di Stoccolma del 2004, che parla di diversità umana e di aspirazioni, non di categorie.

Quante persone riguardi questa scelta lo dicono i dati su invecchiamento e disabilità in Europa; come si traduca in soluzioni lo mostrano le storie di progetto. Il saggio Fenomenologia dell’esclusione racconta che cosa accade quando il progetto ignora questa diversità. Per enti e aziende che vogliono applicare lo stesso criterio a spazi, prodotti e servizi, lo studio offre consulenza in Design for All e Inclusive Design.

Domande frequenti

Si dice disabile o persona con disabilità?

Si dice «persona con disabilità». È il termine della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, e dal 30 giugno 2024 la legge italiana lo adotta in modo sistematico.

Che cosa stabilisce il D.lgs. 62/2024 sulle parole?

L’articolo 4 stabilisce che, nelle norme vigenti, «handicap» sia sostituito da «condizione di disabilità» e che «persona handicappata», «portatore di handicap», «persona affetta da disabilità», «disabile» e «diversamente abile» siano sostituiti da «persona con disabilità».

Perché la scelta delle parole riguarda il progetto?

Perché la Convenzione ONU descrive la disabilità come il risultato dell’interazione tra le persone e le barriere dell’ambiente: una parte della responsabilità è di chi progetta. Chi progetta «per disabili» tende a produrre un oggetto separato che dichiara la condizione di chi lo usa; chi progetta per persone disegna soluzioni che possono essere scelte e non subite.

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Se un prodotto o uno spazio è nato «per disabili», possiamo ripensarlo con le persone che lo useranno, perché possa essere scelto e non subito.

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