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Perché il Design for All non è Universal Design?

Design for All e Wikipedia: perché non è Universal Design

Wikipedia presenta il Design for All come variante dell’Universal Design, e nella posizione di Design for All Italia è un errore di impostazione. Lo stato della voce nel 2026, la definizione di Stoccolma e tre differenze: di natura, nel ruolo delle persone, nel luogo in cui si decide la dignità.

· aggiornato il 4 minuti di lettura

Una lente d’ingrandimento appoggiata sulla pagina di un dizionario inglese ingrandisce le voci «discriminating» e «discrimination». Fotografia in bianco e nero.

Design for All e Universal Design non sono sinonimi. Lavorano nella stessa direzione, migliorare autonomia e qualità della vita, ma nascono da tradizioni e testi diversi. L’Universal Design si fonda su sette principi formulati nel 1997 negli Stati Uniti, che orientano il progetto e ne valutano il risultato. Il Design for All, sviluppato in Europa dall’EIDD dal 1993 e definito dalla Dichiarazione di Stoccolma del 2004, è un processo olistico che richiede il coinvolgimento delle persone in ogni fase del progetto. Per questo, nella posizione di Design for All Italia, presentare il Design for All come variante dell’Universal Design è un errore di impostazione prima ancora che di definizione.

Che cosa dice oggi Wikipedia (verifica di ottobre 2026)

Da diversi anni alcuni membri dell’Associazione Design For All Italia (si apre in una nuova scheda) hanno tentato di correggere la voce di Wikipedia (si apre in una nuova scheda) consultabile online. Nonostante i vari tentativi, Wikipedia ha rigettato le rettifiche e permane un profondo fraintendimento. Paragonare o equiparare il Design for All all’Universal Design è scorretto proprio perché sono approcci progettuali profondamente diversi. Universal Design, Design for All, Inclusive Design (si apre in una nuova scheda), Human Centered Design (si apre in una nuova scheda) e tanti altri approcci progettuali lavorano nella stessa direzione: migliorare la qualità della vita e l’autonomia, abilitare le persone. Ogni disciplina ha le sue particolarità, con caratteristiche precise e condivise.

Al 29 ottobre 2026 la voce italiana «Universal design» presenta la «Progettazione per tutti» (Design for All) come «variante correlata» dell’Universal design e la descrive come una «filosofia progettuale»; riporta la prima frase della Dichiarazione di Stoccolma ed elenca i sette principi della North Carolina State University. È un passo avanti rispetto al passato, ma resta il presupposto: il Design for All vi compare come declinazione di un altro approccio, e il coinvolgimento delle persone, che ne è il requisito, non viene nominato.

La definizione di riferimento

La definizione ufficiale, contenuta nella Dichiarazione di Stoccolma dell’EIDD del 2004 (si apre in una nuova scheda), si apre così: «Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza».

Il testo integrale, con i dovuti approfondimenti, è nella pagina che riporta la definizione completa della Dichiarazione di Stoccolma. Il passaggio decisivo per questo confronto è l’ultimo: la pratica del Design for All fa uso cosciente dell’analisi dei bisogni e delle aspirazioni umane e richiede il coinvolgimento degli utenti finali in ogni fase del processo di progettazione.

Pare subito evidente che i 7 principi dell’Universal Design sono abbastanza lontani dal Design for All, e piuttosto vicini ad alcuni principi dell’Ergonomia contemporanea. Se da un lato parliamo di approccio olistico e quindi di interdisciplinarità dei saperi, dall’altro parliamo di rispettare e applicare una lista di indicazioni. Una check list da rispettare, e il progetto diventa Universal Design oriented. Ancor più, il Design for All rende partecipi dello sviluppo del progetto gli utenti finali e tutti gli stakeholder; l’Universal Design non prevede la partecipazione delle persone al progetto: la dignità vi compare come requisito del risultato, evitare segregazione e stigma, non come esito di un processo condiviso con chi userà la soluzione.

Tre differenze sostanziali

La prima differenza è di natura: un processo da una parte, una serie di principi per orientare e valutare il progetto dall’altra. La seconda riguarda le persone: il Design for All le coinvolge in ogni fase e ne raccoglie i bisogni espressi e quelli sommersi, mentre i principi dell’Universal Design non prevedono il loro coinvolgimento.

La terza riguarda il punto in cui si decide la dignità. L’Universal Design la tratta come requisito da soddisfare. Il Design for All la verifica con le persone, sul comfort e sul piacere d’uso, perché solo chi usa una soluzione può dire se la sceglierebbe. Il confronto completo, che comprende anche l’Inclusive Design, è nell’articolo Design for All, Inclusive Design, Universal Design: approcci progettuali a confronto.

Il processo Design for All

Schema a cascata: dal bisogno alla comprensione, ai requisiti, ai concept, alle soluzioni, con frecce di valutazione che da ogni fase tornano alle precedenti.

Su questo ultimo punto il Design for All risulta sempre più attuale: nel 2004, quando il Co-Design non era ancora pratica corrente nel progetto di prodotti e spazi, la Dichiarazione di Stoccolma ne faceva già un requisito. Il coinvolgimento delle persone permette di raccogliere e analizzare anche i bisogni sommersi, che nessuna lista di requisiti intercetta, e di cercare una o più soluzioni adeguate.

Lo schema riprodotto in questa sezione è il modello a cascata dell’Inclusive Design Toolkit dell’Università di Cambridge: le fasi si susseguono, ma ognuna torna a essere valutata.

Sull’importanza del processo e su come applicarlo rimandiamo alla pagina dedicata al processo Design for All: il coinvolgimento degli attori non è passivo, per convalidare il progetto, ma li incoraggia ad apportare la propria esperienza e creatività. Le persone coinvolte sono fondamentali e non più prescindibili in qualsiasi approccio progettuale.

È il processo che seguiamo nella consulenza in Design for All e Inclusive Design per aziende, enti e progettisti.

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