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Accessibilità culturale: barriere visibili e invisibili nei luoghi della cultura

Accessibilità culturale: barriere visibili e invisibili nei luoghi della cultura

Riflessioni a partire dal corso nazionale della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali

Accessibilità culturale - Rodighiero.design for All


L’accessibilità culturale come visione sistemica

L’accessibilità culturale non è un insieme di requisiti tecnici né un protocollo da applicare per adempiere a norme. È un processo culturale e organizzativo che riguarda l’intero ecosistema dei luoghi della cultura: spazi architettonici, modalità di fruizione, sistemi comunicativi, competenze professionali e relazioni tra persone.

Una trasformazione che richiede visione, consapevolezza e un approccio progettuale capace di abbracciare la complessità della diversità umana.

Questa prospettiva è al centro del corso nazionale “Accessibilità culturale: principi e pratiche”, promosso dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali all’interno del programma Personeper – Accessibilità nei luoghi della cultura.

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All’interno di questo percorso formativo, Francesco Rodighiero, insieme ad Antonella Agnoli, ha curato la lezione “Le barriere visibili e invisibili: comprendere il contesto per definire le soluzioni”, un modulo che indaga in profondità gli ostacoli – tangibili e intangibili – che condizionano la piena esperienza dei luoghi della cultura.


Riconoscere le barriere oltre l’evidenza

Nell’immaginario collettivo, musei, archivi e biblioteche sono percepiti come luoghi naturalmente aperti a tutti. In realtà, la loro accessibilità è spesso limitata da una costellazione di barriere che interferiscono con la fruizione, l’orientamento, la comprensione e il senso di appartenenza delle persone.

Le barriere fisiche costituiscono il primo livello di ostacolo: gradini, rampe insufficienti, ascensori non adeguati, passaggi stretti, percorsi interni frammentati. Non riguardano solo le persone con disabilità motorie: condizionano anche chi vive temporaneamente una fragilità, come genitori con passeggini, persone anziane o visitatori con mobilità ridotta.

A queste si aggiungono le barriere percettive e sensoriali: sistemi di orientamento che non guidano, illuminazione insufficiente, testi poco leggibili, ambienti acusticamente problematici. Sono difficoltà che incidono sull’esperienza di chiunque, non solo su persone con ipo- o ipersensibilità.

Le barriere tecnologiche rappresentano infine una dimensione sempre più rilevante. QR code, interfacce digitali non accessibili, contenuti non compatibili con le tecnologie assistive e l’assenza di alfabetizzazione digitale generano nuove forme di esclusione invisibile.

Sebbene evidenti, queste barriere vengono spesso affrontate in modo frammentato, senza una strategia complessiva. L’accessibilità culturale, invece, richiede un progetto unitario orientato alla persona.

La soglia simbolica dei luoghi della cultura

Molti ostacoli sono meno tangibili ma altrettanto incisivi. I luoghi della cultura custodiscono infatti una soglia simbolicache può trasmettere distanza o senso di inadeguatezza.

I linguaggi utilizzati nei pannelli, la complessità delle narrazioni, gli apparati informativi progettati per un pubblico colto o specialista, i layout delle sale che suggeriscono chi appartiene a quel luogo e chi no: tutti questi elementi concorrono a definire una barriera culturale difficile da scalfire.

Si tratta di dinamiche sottili ma decisive. Possono trasformare un museo in un luogo percepito come elitario, o una biblioteca in uno spazio che “non è per me”, nonostante la sua missione pubblica.

Il programma generale del percorso Personeper approfondisce questi temi: https://www.fondazionescuolapatrimonio.it/offerta-formativa/personeper-accessibilita-luoghi-cultura/

Le barriere organizzative: ciò che non si vede

Una parte significativa della lezione affronta le barriere sistemiche, ovvero gli ostacoli invisibili generati da scelte organizzative e gestionali.

Orari limitati o incompatibili con la vita quotidiana, scarsità di servizi flessibili, assenza di figure dedicate alla mediazione culturale, personale non adeguatamente formato sull’accoglienza inclusiva, disallineamento tra comunicazione online e realtà in presenza: sono fattori che influenzano profondamente l’esperienza del visitatore.

L’accessibilità culturale non dipende solo da spazi e tecnologie, ma dalla qualità dei processi che regolano la vita di una istituzione culturale.

Giustizia sociale e barriere economiche

L’accessibilità è anche una questione di risorse. Il costo dei trasporti, dei servizi educativi, delle attività laboratoriali o delle tecnologie può costituire un ostacolo significativo per molti cittadini.

Progettare in modo inclusivo significa interrogarsi sulla sostenibilità economica delle esperienze culturali e immaginare modelli di fruizione equi e accessibili.

L’equità non è un principio astratto: è un elemento concreto di progettazione che determina chi potrà – e chi non potrà – accedere alla cultura.

Le barriere relazionali: la dimensione più fragile

Le barriere più sottili, ma forse più determinanti, sono quelle relazionali.

L’assenza di ascolto, la difficoltà nel costruire fiducia, il senso di solitudine, la mancanza di un supporto umano nei momenti critici sono tutti elementi che influenzano in modo decisivo l’accesso alla cultura.

La relazione è una componente essenziale del progetto culturale. Senza relazioni, nessun luogo è veramente accessibile.

Investire nella qualità dell’accoglienza, nella mediazione culturale e nella costruzione di comunità significa creare condizioni reali di partecipazione.

Spazi che si trasformano: appropriazione, flessibilità e vita quotidiana

Gli esempi di biblioteche europee analizzati durante la lezione – da Copenaghen a Barcellona, da Oslo a Whitechapel – mostrano come gli spazi culturali più inclusivi siano quelli capaci di adattarsi, trasformarsi e accogliere modalità differenti di presenza.

Luoghi che permettono alle persone di sostare, studiare, incontrarsi, osservare, partecipare, riposare.

Spazi che non impongono una postura o un comportamento, ma offrono libertà d’uso e possibilità di appropriazione. La flessibilità architettonica e funzionale diventa così uno strumento fondamentale per accogliere la diversità umana.

L’accessibilità come occasione di rigenerazione culturale

Concepire l’accessibilità culturale come principio progettuale significa riconoscerla come opportunità di rigenerazione.

È un investimento strategico che permette di ripensare servizi, modelli organizzativi e forme di accoglienza, ampliando la partecipazione e valorizzando la pluralità dei pubblici.

L’accessibilità non è un vincolo burocratico, ma una condizione che arricchisce i luoghi della cultura, ne rafforza la missione pubblica e li rende nodi vitali delle comunità contemporanee.

Musei accessibili e Design for All: verso una nuova alleanza tra cultura, persone e progetto

Musei accessibili e Design for All: verso una nuova alleanza tra cultura, persone e progetto

 

Ripensare il museo: l’accessibilità come paradigma culturale

L’accessibilità museale non può più essere intesa come mera eliminazione di ostacoli fisici o adeguamento a normative. Essa rappresenta oggi una delle sfide epistemologiche più urgenti della progettazione culturale contemporanea. In questo contesto, il Design for All offre non solo un metodo, ma una nuova visione: progettare a partire dalla diversità, assumendo la pluralità dei visitatori come valore generativo e non come eccezione da gestire.

Negli ultimi anni, le istituzioni museali europee hanno progressivamente ampliato la propria comprensione dell’accessibilità, includendo aspetti sensoriali, cognitivi, sociali e relazionali. Tuttavia, i modelli in uso restano spesso frammentari, orientati all’intervento tecnico e privi di una struttura metodologica trasferibile.

L’esperienza che cambierà il panorama italiano

Proprio per colmare questo vuoto, entro il 2025 entrerà nel nostro portfolio un’esperienza che ridefinisce radicalmente il modo in cui si affronta l’accessibilità nei musei. Un progetto sistemico, sviluppato insieme a 12 musei italiani, che ha coinvolto oltre 200 persone, inclusi utenti finali con disabilità, esperti di accessibilità, operatori culturali e decisori pubblici.

Questa iniziativa, condotta secondo una metodologia rigorosa articolata in sei fasi, ha prodotto risultati inediti su scala nazionale ed europea: raccolta strutturata dei bisogni, definizione condivisa delle priorità, elaborazione di soluzioni meta-progettuali, sviluppo di linee guida operative, generazione di concept espositivi accessibili e validazione tramite strumenti di valutazione.

Cosa abbiamo imparato: dal co-design alla governance inclusiva

L’insegnamento più profondo di questa esperienza risiede nella consapevolezza che l’accessibilità non è una soluzione, ma un processo. Un processo che parte dall’ascolto reale delle persone, attraversa la ricerca etnografica e si formalizza in dispositivi concreti che trasformano ogni fase del sistema museale: dalla comunicazione pre-visita alla fruizione in sala, fino alla formazione del personale e alla revisione delle pratiche gestionali.

Abbiamo compreso che non esiste accessibilità se non è accompagnata da un cambiamento organizzativo. L’accessibilità non è il prodotto finale di un progetto, ma una sua matrice generativa. È un criterio che attraversa lo spazio, il tempo, il linguaggio e la relazione con il pubblico. È governance. È cultura.

Verso il museo come piattaforma inclusiva

Il museo accessibile, nella sua accezione più evoluta, si configura come piattaforma culturale adattiva, capace di generare relazioni e significati anche per coloro che storicamente sono stati esclusi dai circuiti della fruizione. Il Design for All, in questo quadro, si dimostra l’approccio più avanzato per trasformare l’inclusione in un dispositivo progettuale, operativo e comunicativo.

  • Nel nostro lavoro, abbiamo sperimentato soluzioni che vanno ben oltre la norma:
  • modelli di co-design progressivo con utenze diversificate;
  • interfacce narrative multimodali adattate al profilo sensoriale e cognitivo dei visitatori;
  • format espositivi flessibili, in grado di evolversi nel tempo in base al feedback raccolto;
  • indicatori qualitativi e quantitativi per il monitoraggio dell’accessibilità percepita;
  • strategie di comunicazione crossmediale progettate per essere pienamente fruibili anche in fase di pre-visita.

Una sfida sistemica: il tempo dell’accessibilità è adesso

Con l’imminente entrata in vigore del European Accessibility Act, le istituzioni culturali sono chiamate a compiere una scelta: limitarsi all’adeguamento minimo o trasformare l’accessibilità in leva strategica. Il nostro studio, attraverso anni di ricerca e progetti pionieristici, è oggi in grado di offrire una visione e un metodo che coniugano rigore scientifico, empatia progettuale e fattibilità operativa.

Per chi desidera approfondire il nostro approccio: Processo Design for All.

 

Riferimenti e risorse utili:

Design for All Italia: un nuovo spazio nel nostro portfolio

Nel nostro portfolio si apre una nuova sezione dedicata ai progetti sviluppati in collaborazione con l’associazione Design for All Italia. Una pagina che raccoglie esperienze concrete, nate da un processo strutturato e orientato all’impatto: quello dell’accessible design guidato dal processo.

Negli ultimi anni il nostro studio ha partecipato a iniziative progettuali che pongono l’accessibilità come leva strategica per innovare. I case study raccolti in questa sezione rappresentano esempi concreti di come il Design for All possa tradursi in soluzioni funzionali, intelligenti e trasferibili.

Tra questi progetti troviamo sistemi tecnologici, spazi retail in cui l’esperienza utente è stata ripensata a partire da bisogni reali, evidenze d’uso e osservazioni sul campo. Il nostro contributo ha spaziato dalla user research ai test di usabilità, dai workshop di co-design alla validazione di soluzioni accessibili.

Tra gli obiettivi chiave vi è stato quello di garantire la comprensibilità e il comfort nell’interazione con nuove tecnologie, evitando che l’innovazione si trasformi in una barriera. Sistemi di self-checkout, dispositivi intelligenti, interfacce multisensoriali e ambienti cashless sono stati analizzati in profondità, con il coinvolgimento diretto di utenti con profili differenti per età, abilità e familiarità digitale.

La nuova pagina è accessibile a questo link. Contiene una panoramica dei contesti progettuali, una sintesi delle attività svolte e i benefici generati da ciascun intervento. È uno spazio che documenta un processo: l’accessible design come approccio evidence-based, capace di generare valore misurabile per le imprese e migliorare l’esperienza di tutte le persone.

Per chi desidera approfondire il valore e la varietà dell’approccio Design for All, consigliamo di consultare anche i case history pubblicati da Design for All Italia. Una raccolta di esperienza, contesti e soluzioni che dimostra come  si possa generare impatto reale in settori diversi, dal retail ai luoghi della cultura, dalla tecnologia ai servizi.

Vedi il nostro processo di lavoro

Francesco Rodighiero ospite su Rai Radio 3: il Design for All al centro del dibattito culturale

Francesco Rodighiero ospite su Rai Radio 3: il Design for All al centro del dibattito culturale

All’interno della trasmissione “A3 – Il formato dell’arte”, in onda su Rai Radio 3, Francesco Rodighiero ha condiviso riflessioni e esperienze sul ruolo dell’accessibilità nella cultura progettuale contemporanea. Il programma, che si distingue per l’approccio trasversale ai linguaggi dell’arte, dell’architettura e del design, ha aperto un confronto critico sul valore dell’inclusione nei processi creativi e produttivi.

Durante l’intervista, Rodighiero ha illustrato l’approccio metodologico del suo studio e dell’associazione che presiede, con particolare attenzione a un modello progettuale che supera le convenzioni del design tradizionale. Un modello che parte dall’ascolto reale degli utenti e integra strumenti di analisi e raccolta dati, con l’obiettivo di rispondere in modo concreto alle esigenze di una popolazione sempre più eterogenea. Non si tratta solo di soddisfare i requisiti normativi, ma di generare valore a lungo termine attraverso spazi e oggetti fruibili da tutti.

Tra i casi di studio presentati, ha suscitato particolare interesse la collaborazione con Bticino per la progettazione di una nuova unità citofonica esterna. L’intervento ha riguardato l’interfaccia utente e la prioritizzazione dei contenuti visivi e tattili, in modo da garantire accessibilità anche ad anziani e persone con disabilità sensoriali. Questo lavoro ha contribuito al riconoscimento del prodotto con l’iF Design Award 2025, sottolineando l’efficacia di un metodo inclusivo fondato sull’esperienza concreta.

Rodighiero ha anche offerto una riflessione critica sulla Milano Design Week, evidenziando quanto i grandi eventi del settore continuino a privilegiare un’estetica esclusiva, raramente attenta alla diversità degli utenti. Tuttavia, ha rilevato segnali di apertura e una crescente attenzione verso una progettazione più responsabile e consapevole, capace di andare oltre le tendenze e di rispondere a bisogni autentici e trasversali.

La puntata conferma l’urgenza di promuovere una nuova cultura del progetto che metta al centro l’accessibilità, intesa non come vincolo, ma come risorsa di innovazione e coesione sociale. In linea con la visione di Rodighiero.Design for All, l’obiettivo è contribuire a un cambiamento sistemico che favorisca ambienti inclusivi, funzionali e condivisi, capaci di migliorare la qualità della vita quotidiana e generare valore culturale duraturo.

Vedi il nostro processo di lavoro

Design for All, Inclusive Design, Universal Design: approcci progettuali a confronto

Nell’evoluzione costante del Design e dell’innovazione, emerge sempre più la necessità di porre al centro della progettazione l’obiettivo dell’inclusione. L’inclusione è una parola che porta con sé numerosi significati e ambiti, in quello progettuale rappresenta l’ambizione di vivere in una società in cui ogni individuo, indipendentemente dalle sue abilità, disabilità, età, genere o background culturale, ha accesso agli stessi servizi, prodotti e opportunità – un mondo veramente equo e accessibile per tutti. L’importanza di porre l’inclusione al centro del processo di progettazione è resa ancor più evidente dal progressivo invecchiamento della popolazione: l’aumento della longevità è un segno di progresso, ma presenta nuove sfide per trovare le risposte più pertinenti alle esigenze di una popolazione anziana che convive con almeno cinque generazioni. Questo rende per il Design un imperativo etico, tecnico e pratico.

In tale contesto, emergono tre discipline significative che hanno affrontato la progettazione attraverso riflessioni in decenni di storia: Design for All, Inclusive Design e Universal Design. Ognuna affronta il tema con modalità da diverse angolazioni, ma con un obiettivo comune: migliorare la vita degli individui, l’autonomia e, più in generale, il benessere e il comfort attraverso la progettazione. Seppur con un obiettivo comune, ognuna ha le sue  caratteristiche distintive, in termini di processo, strategie e benefici. Le tre discipline promuovono una cultura di accettazione, rispetto e considerazione; questo conduce a una maggiore coesione sociale, a una riduzione delle disparità e a una maggiore partecipazione attiva di tutti i membri della comunità.

Dalla dichiarazione di Stoccolma del 2004, il Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza. Le principali premesse sono l’approccio olistico e la sfida creativa: la prima evidenzia la necessità di organizzare gruppi di lavoro con le competenze e le professionalità necessarie per affrontare il progetto nella sua totalità e complessità; la seconda l’energia e la determinazione che spinge a esplorare nuove idee per superare gli ostacoli trovando soluzioni alternative e innovative. La sfida creativa ed etica è rivolta non solo ai progettisti, ma anche agli imprenditori, agli amministratori e ai dirigenti politici a cui è chiesto di considerare costantemente l’inclusione come parte integrante della loro visione proprio perché sono fondamentali decisori del processo progettuale in opera.

Il coinvolgimento attivo e creativo degli utenti finali, degli stakeholder (debitamente selezionati) e degli experiencer (diretti e indiretti) è il pilastro del Design for All, che ha consolidato da vent’anni la centralità di processi partecipativi. Gli individui eterogenei per cui sono destinate le soluzioni – che siano prodotti, servizi o ambienti – devono essere coinvolti fin dalle prime fasi del processo di progettazione perché portano una prospettiva unica e preziosa sulla loro esperienza e sulle eventuali difficoltà che affrontano. Il team di lavoro collabora con loro per comprendere i loro bisogni, preferenze ed esigenze specifiche, e trasformando le informazioni in requisiti di progetto che daranno vita alle soluzioni opportune anch’esse validate dalle persone coinvolte.

Il Design for All rappresenta una sfida che richiede tempo, impegno e talvolta costi aggiuntivi rispetto a un approccio tradizionale, ma riduce notevolmente la possibilità di errori (e quindi a sua volta eliminando i costi di rettifica) proprio per la continua verifica “bottom-up”. Inoltre assicura che le soluzioni siano mirate alla gradevolezza e non discriminanti, ovvero senza enfatizzare le differenze o le esigenze specifiche, come ad esempio quelle delle persone con disabilità.

 

LInclusive Design è una filosofia di progettazione molto simile al Design for All, infatti si pone come obiettivo la partecipazione in modo equo, sicuro e indipendente nelle attività quotidiane considerando la diversità umana. Per raggiungere questi obiettivi adotta una serie di principi chiave (esplicitati dal Design Council) che pongono, come il Design for All, le persone al centro del processo di progettazione promuovendo il benessere personale, la coesione sociale e il piacere per tutti. Sottolinea la necessità di non focalizzarsi unicamente alle limitazioni motorie, ma di estendere il proprio raggio d’azione anche alle difficoltà di apprendimento, ai problemi di salute mentale, alle disabilità visive e uditive. 

L’Inclusive Design riconosce apertamente che non sempre è possibile risolvere tutte le esigenze con una singola soluzione, e propone di rendere nota la parte di popolazione che potrebbe essere esclusa – le cause possono essere dovute a questioni tecniche, tecnologiche o, talvolta, economiche. Esorta a proporre alternative che tengono conto della diversità delle esigenze degli utenti, garantendo la possibilità di scelta, come collezioni di prodotti, soluzioni complementari, add-ons o altro. 

Di particolar rilievo, riconosce la diversità delle esigenze in continuo mutamento e propone che le soluzioni siano predisposte alla flessibilità nel tempo, garantendo che l’accesso e l’usabilità siano continuamente ottimali.

 

L’Universal Design è un approccio molto diffuso negli Stati Uniti, in Australia e non solo, che si basa su 9 principi chiave, rendendo il processo di progettazione inclusiva apparentemente di semplice applicazione: equità nell’uso, flessibilità nell’uso, semplicità e intuitività, informazioni per tutti, tolleranza all’errore, riduzione dell’Impegno fisico, dimensioni e spazio adeguati, compatibilità con il futuro, e bassi costi d’uso. Seppur la lista (o manifesto) sia ampiamente condivisibile, apprezzabile, e nonostante non sia concordato un particolare processo o metodo, questi principi subiscono continue integrazioni e precisazioni. La complessità del progetto contemporaneo e delle sfide richiede un continuo adattamento, la disciplina riconosce (indirettamente) che la diversità delle esigenze è difficilmente riassumibile in pochi assunti. 

In modo aperto o implicito, Design for All, Inclusive Design e Universal Design, tengono in considerazione l’impatto ambientale e il risparmio energetico – si affrontano sfide ambientali senza precedenti, e pertanto promuovono una progettazione sostenibile e responsabile per costruire una società più giusta, sostenibile e inclusiva per le generazioni presenti e future.

 

Design for All, Wikipedia: una definizione incorretta che non trova soluzione

Design for All, Wikipedia: una definizione incorretta che non trova soluzione.

Da diversi anni, alcuni membri dell’Associazione Design For All Italia hanno tentato di correggere la voce di Wikipedia consultabile online. Nonostante i vari tentativi, Wikipedia rigetta le rettifiche e permane un profondo fraintendimento. Paragonare o equiparare il Design for All all’Universal Design è scorretto proprio perché sono approcci progettuali profondamente diversi. Universal Design, Design for All, Inclusive Design, Human Centered Design, e tanti altri metodi progettuali, lavorano nella stessa direzione: migliorare la qualità della vita e l’autonomia, abilitare gli utenti. Ogni disciplina ha le sue particolarità con caratteristiche precise e condivise.

Definizione

La definizione ufficiale che potete trovare anche in questo sito con i dovuti approfondimenti, proveniente dalla Dichiarazione di Stoccolma dell’EIDD del 2004, è la seguente:

Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza. Questo approccio olistico ed innovativo costituisce una sfida creativa ed etica per tutti i progettisti, designer, imprenditori, amministratori e dirigenti politici. Design for All ha lo scopo di consentire a tutte le persone di avere pari opportunità di partecipazione in ogni aspetto della società. Per raggiungere questo obiettivo, l’ambiente costruito, gli oggetti quotidiani, i servizi, la cultura e le informazioni – in breve, tutto ciò che è stato progettato e realizzato da persone ad essere utilizzati da persone – deve essere accessibile, conveniente per tutti nella società da utilizzare e rispondente alla diversa evoluzione umana. La pratica del Design for All fa uso cosciente dell’analisi dei bisogni e delle aspirazioni umane e richiede il coinvolgimento degli utenti finali in ogni fase del processo di progettazione.

Pare subito evidente che i 7 principi dell’Universal Design sono abbastanza lontani dal Design for All, e piuttosto vicini ad alcuni principi dell’Ergonomia contemporanea. Se da un lato parliamo di approccio olistico e quindi di interdisciplinarità dei saperi, dall’altro parliamo di rispettare e applicare una lista di indicazioni. Una check list da rispettare, e il progetto diventa Universal Design oriented. Ancor più, il Design for All rende partecipi dello sviluppo del progetto gli utenti finali e tutti gli stakeholder, l’Universal Design non esplicita l’aspetto partecipativo e tanto meno il rispetto della dignità degli individui.

Il processo Design for All

Su questo ultimo punto, il Design for All risulta sempre più attuale e ha anticipato di diversi anni quello che oggi viene indicato come co-design. I risultati del processo Design for All, in questo modo, risultano estremamente più raffinati. Riescono a raccogliere e analizzare i bisogni espressi e sommersi cercando di trovare una o più soluzioni adeguate.

Sull’importanza del processo e come applicarlo, torneremo nuovamente in un altro approfondimento. Un approfondimento necessario per motivare il coinvolgimento degli attori, non come passivi per convalidare il progetto, ma incoraggiati ad apportare la propria esperienza e creatività. Gli utenti coinvolti sono fondamentali e non più prescindibili in qualsiasi approccio progettuale.

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