Articles Tagged with: co-design

Progettazione inclusiva: l’approccio Design for All a Radio Italia

Progettazione inclusiva: l’approccio Design for All a Radio Italia

Ospite della trasmissione Storytime, in onda su Radio Italia, il designer Francesco Rodighiero ha delineato i principi della progettazione inclusiva applicata a spazi, prodotti e sistemi complessi. Presidente dell’Associazione Design for All Italia e alla guida di uno studio di progettazione attivo tra architettura, design e consulenza, Rodighiero ha ricondotto l’approccio Design for All a un impegno olistico verso la diversità umana, capace di orientare l’intero processo progettuale, dall’ideazione all’esecuzione.

Progettazione inclusiva tra sostenibilità e accessibilità

Interrogato sulla convivenza tra vincoli ambientali e requisiti di accessibilità universale in strutture complesse come hotel e centri commerciali, Rodighiero ha chiarito come le due istanze, spesso percepite come antitetiche, convergano oggi in un’unica strategia di benessere. La vera variabile critica, ha osservato, resta il tempo: conciliare sostenibilità, inclusione e qualità abitativa entro cronoprogrammi compatibili con le esigenze di chi investe.

Dall’hotel al senior housing: ridefinire l’utente

Il concetto di utenza, ha spiegato il designer, non si esaurisce nella disabilità. Coinvolgere tutti gli attori del progetto, dagli anziani alle famiglie, consente di individuare soluzioni che generano benefici trasversali, purché adottino un linguaggio non stigmatizzante: una forma di accessibilità trasparente, capace di prevenire correzioni e integrazioni successive.

Co-progettazione e flessibilità nel tempo

Alla domanda sulla raccolta delle esigenze presenti e future, Rodighiero ha indicato nella co-progettazione lo strumento più efficace per trasformare esperienze e competenze degli utenti in soluzioni concrete. Data la rapidità del cambiamento sociale e tecnologico, lo studio persegue soluzioni progettuali flessibili, capaci di adattarsi con interventi minimi; l’intelligenza artificiale vi rientra come strumento complementare, non sostitutivo.

Quando l’accessibilità eleva l’estetica

Sul presunto conflitto tra funzionalità e resa estetica, Rodighiero ha citato il lavabo sviluppato per il settore alberghiero: un progetto pensato per allontanarsi da un linguaggio clinico e restituire, invece, un’immagine coerente con l’ospitalità. Il risultato, spesso definito sorprendente da acquirenti e utenti finali, dimostra come l’accessibilità universale possa qualificare, e non penalizzare, il design di alto livello.

Le tendenze secondo l’associazione Design for All Italia

Da un osservatorio nazionale, Rodighiero ha indicato nell’interfaccia utente il terreno più dinamico degli ultimi cinque anni: la dematerializzazione degli oggetti sposta la comprensibilità sull’interfaccia, come confermato dal recente IF Design Award assegnato a Bticino per un citofono esterno. Parallelamente, i fondi PNRR stanno ridisegnando l’accessibilità culturale di musei e spazi pubblici, rivedendo apparati didascalici e audioguide in chiave sensoriale, oltre che descrittiva.

La progettazione inclusiva raccontata da Rodighiero conferma un approccio che tiene insieme etica, estetica ed economia del progetto.

European Accessibility Act: cosa cambia davvero per le aziende di product design

European Accessibility Act: cosa cambia davvero per le aziende di product design

Il 28 giugno 2025 è una data che molte aziende manifatturiere hanno segnato in agenda come scadenza burocratica. Un anno dopo, quelle stesse aziende si trovano ad affrontare una domanda che non avevano previsto: perché la conformità non è sufficiente?

Cosa prevede l’EAA: una sintesi per i non-giuristi

L’European Accessibility Act (Direttiva UE 2019/882) obbliga produttori, importatori e distributori a garantire che determinate categorie di prodotti e servizi siano accessibili alle persone con disabilità entro il 28 giugno 2025. Le categorie coinvolte includono computer, smartphone, TV, e-book reader, terminali di pagamento, biglietterie automatiche, servizi bancari, e-commerce, servizi di trasporto e comunicazione elettronica.

In termini tecnici, la direttiva fa riferimento ai principi del Design for All: prodotti e servizi devono essere percepibili, utilizzabili, comprensibili e robusti per persone con diversi tipi di disabilità — motoria, visiva, uditiva, cognitiva.

La conformità non è volontaria. I prodotti non conformi possono essere ritirati dal mercato. Le sanzioni variano per Stato membro, ma il principio è uniforme: l’accessibilità è un requisito di legge, non un’opzione etica.

European Accessibility Act product design – Rodighiero.Design for All

Quali prodotti sono coinvolti — e quali no

La direttiva copre esplicitamente: terminali self-service (bancomat, biglietterie, chioschi), e-reader hardware, computer e sistemi operativi, smartphone, televisori con servizi digitali, servizi di e-commerce, servizi bancari al dettaglio, servizi di comunicazione elettronica, trasporto passeggeri (siti, app, biglietti elettronici).

Non rientrano nell’ambito diretto: prodotti di arredamento, cosmetici, abbigliamento, utensili da cucina, prodotti industriali non rivolti al consumatore finale. Tuttavia — e questo è il punto che molte aziende non hanno ancora compreso — l’EAA non esaurisce la questione legale: il D.Lgs. 82/2005 (Codice del consumo), il DPR 503/1996, le norme UNI EN e la normativa sugli appalti pubblici già impongono requisiti di accessibilità in molti contesti non coperti dalla direttiva europea.

Il punto critico che molte aziende sottovalutano

Nell’anno successivo all’entrata in vigore dell’EAA si è osservato uno schema ricorrente: le aziende hanno interpellato il proprio ufficio legale, che ha prodotto una checklist di conformità. La checklist è stata affidata all’ufficio tecnico, che ha aggiunto attributi alla documentazione e rivisto le istruzioni d’uso. Il prodotto è rimasto identico.

Questo approccio ha un nome preciso: retrofitting. È il modo più costoso — e meno efficace — di affrontare l’accessibilità. Le ragioni sono strutturali.

Un prodotto che non è stato progettato per la diversità umana non può diventare accessibile attraverso modifiche marginali. L’accessibilità non si aggiunge alla fine di un processo progettuale: si incorpora nelle prime fasi, quando le decisioni fondamentali su forma, funzione, materiali e interazione sono ancora aperte.

Chi ha già lavorato con il Design for All lo sa per esperienza diretta: integrare i principi di accessibilità nelle fasi di brief e concept riduce i costi di adattamento successivi, migliora l’usabilità per tutti gli utenti — non solo per quelli con disabilità — e genera prodotti più competitivi, non meno.

vedi il nostro processo
European Accessibility Act product design – Rodighiero.Design for All

Dalla conformità al vantaggio competitivo: il ruolo del Design for All

Il mercato delle persone con disabilità in Europa conta oltre 87 milioni di persone. Se si includono anziani (nel 2050 un terzo della popolazione europea avrà più di 64 anni), persone con disabilità temporanee, e i familiari che influenzano le decisioni di acquisto, il perimetro si amplia enormemente.

Le aziende che hanno integrato il Design for All nel proprio processo R&D prima dell’EAA non stanno affrontando una crisi di conformità: stanno raccogliendo i benefici di una scelta fatta con largo anticipo. I loro prodotti non hanno bisogno di aggiornamenti emergenziali perché la diversità degli utenti era già nel brief originale.

Il vantaggio competitivo non è teorico. È misurabile in: riduzione del numero di varianti di prodotto necessarie per coprire segmenti di mercato diversi; riduzione dei resi e delle richieste di assistenza post-vendita; aumento della fedeltà del cliente; ampliamento del bacino di utenza senza incremento dei costi di produzione.

Cosa significa progettare per l’EAA fin dalle prime fasi

Integrare i principi EAA fin dall’inizio del processo significa essenzialmente fare tre cose:

  • Prima: includere utenti con abilità diverse nelle fasi di ricerca e test. Non come campione statistico di cortesia, ma come fonte primaria di requisiti progettuali. È la differenza tra sapere che un anziano ‘potrebbe avere difficoltà’ e capire esattamente dove, perché e come modificare il concept.
  • Seconda: definire criteri di accessibilità nel brief di progetto — non nel capitolato finale. La domanda ‘questo prodotto è accessibile?’ deve essere posta quando ancora non si è deciso come sarà il prodotto, non quando è già in produzione.
  • Terza: verificare la conformità attraverso prototipi e modelli di test prima della produzione definitiva, non attraverso checklist giuridiche post-produzione. Un prototipo testato con utenti reali vale più di dieci audit di conformità.
consulenza design for All

Il momento giusto per intervenire è adesso

Per le aziende che stanno sviluppando nuovi prodotti o rivalutando linee esistenti, il momento è adesso — non perché l’EAA lo imponga come urgenza burocratica, ma perché il mercato lo richiede come condizione di competitività.

Le aziende che affrontano l’accessibilità come problema di conformità stanno risolvendo il problema sbagliato. Quelle che la affrontano come opportunità progettuale stanno costruendo il vantaggio competitivo della prossima decade. La distinzione non è semantica. È strategica.

Da 20 anni lavoriamo con aziende — dall’arredobagno alla cosmetica, dall’elettronica ai luoghi della cultura — per trasformare questa distinzione in prodotti, ambienti e servizi migliori. Non perché sia giusto eticamente.

vedi selected works

Design for All Italia: un nuovo spazio nel nostro portfolio

Nel nostro portfolio si apre una nuova sezione dedicata ai progetti sviluppati in collaborazione con l’associazione Design for All Italia. Una pagina che raccoglie esperienze concrete, nate da un processo strutturato e orientato all’impatto: quello dell’accessible design guidato dal processo.

Negli ultimi anni il nostro studio ha partecipato a iniziative progettuali che pongono l’accessibilità come leva strategica per innovare. I case study raccolti in questa sezione rappresentano esempi concreti di come il Design for All possa tradursi in soluzioni funzionali, intelligenti e trasferibili.

Tra questi progetti troviamo sistemi tecnologici, spazi retail in cui l’esperienza utente è stata ripensata a partire da bisogni reali, evidenze d’uso e osservazioni sul campo. Il nostro contributo ha spaziato dalla user research ai test di usabilità, dai workshop di co-design alla validazione di soluzioni accessibili.

Tra gli obiettivi chiave vi è stato quello di garantire la comprensibilità e il comfort nell’interazione con nuove tecnologie, evitando che l’innovazione si trasformi in una barriera. Sistemi di self-checkout, dispositivi intelligenti, interfacce multisensoriali e ambienti cashless sono stati analizzati in profondità, con il coinvolgimento diretto di utenti con profili differenti per età, abilità e familiarità digitale.

La nuova pagina è accessibile a questo link. Contiene una panoramica dei contesti progettuali, una sintesi delle attività svolte e i benefici generati da ciascun intervento. È uno spazio che documenta un processo: l’accessible design come approccio evidence-based, capace di generare valore misurabile per le imprese e migliorare l’esperienza di tutte le persone.

Per chi desidera approfondire il valore e la varietà dell’approccio Design for All, consigliamo di consultare anche i case history pubblicati da Design for All Italia. Una raccolta di esperienza, contesti e soluzioni che dimostra come  si possa generare impatto reale in settori diversi, dal retail ai luoghi della cultura, dalla tecnologia ai servizi.

Vedi il nostro processo di lavoro

Francesco Rodighiero ospite su Rai Radio 3: il Design for All al centro del dibattito culturale

Francesco Rodighiero ospite su Rai Radio 3: il Design for All al centro del dibattito culturale

All’interno della trasmissione “A3 – Il formato dell’arte”, in onda su Rai Radio 3, Francesco Rodighiero ha condiviso riflessioni e esperienze sul ruolo dell’accessibilità nella cultura progettuale contemporanea. Il programma, che si distingue per l’approccio trasversale ai linguaggi dell’arte, dell’architettura e del design, ha aperto un confronto critico sul valore dell’inclusione nei processi creativi e produttivi.

Durante l’intervista, Rodighiero ha illustrato l’approccio metodologico del suo studio e dell’associazione che presiede, con particolare attenzione a un modello progettuale che supera le convenzioni del design tradizionale. Un modello che parte dall’ascolto reale degli utenti e integra strumenti di analisi e raccolta dati, con l’obiettivo di rispondere in modo concreto alle esigenze di una popolazione sempre più eterogenea. Non si tratta solo di soddisfare i requisiti normativi, ma di generare valore a lungo termine attraverso spazi e oggetti fruibili da tutti.

Tra i casi di studio presentati, ha suscitato particolare interesse la collaborazione con Bticino per la progettazione di una nuova unità citofonica esterna. L’intervento ha riguardato l’interfaccia utente e la prioritizzazione dei contenuti visivi e tattili, in modo da garantire accessibilità anche ad anziani e persone con disabilità sensoriali. Questo lavoro ha contribuito al riconoscimento del prodotto con l’iF Design Award 2025, sottolineando l’efficacia di un metodo inclusivo fondato sull’esperienza concreta.

Rodighiero ha anche offerto una riflessione critica sulla Milano Design Week, evidenziando quanto i grandi eventi del settore continuino a privilegiare un’estetica esclusiva, raramente attenta alla diversità degli utenti. Tuttavia, ha rilevato segnali di apertura e una crescente attenzione verso una progettazione più responsabile e consapevole, capace di andare oltre le tendenze e di rispondere a bisogni autentici e trasversali.

La puntata conferma l’urgenza di promuovere una nuova cultura del progetto che metta al centro l’accessibilità, intesa non come vincolo, ma come risorsa di innovazione e coesione sociale. In linea con la visione di Rodighiero.Design for All, l’obiettivo è contribuire a un cambiamento sistemico che favorisca ambienti inclusivi, funzionali e condivisi, capaci di migliorare la qualità della vita quotidiana e generare valore culturale duraturo.

Vedi il nostro processo di lavoro

A proposito di ergonomia

L’ergonomia contemporanea, nel suo intento principale, mira a ottimizzare l’interazione uomo-sistema al fine di promuovere il benessere individuale e incrementare l’efficienza operativa complessiva. La disciplina interviene attraverso l’analisi dettagliata e la progettazione consapevole di ambienti di lavoro, attrezzature, e interfacce utente, adottando una visione sistemica che comprende la fisiologia, la psicologia e l’interazione socio-tecnica. L’applicabilità dell’ergonomia si estende oltre il contesto lavorativo, permeando la vita domestica e il tempo libero, con implicazioni significative nella progettazione di elettrodomestici, mobili, strumenti e dispositivi digitali. In ogni scenario, l’obiettivo rimane quello di armonizzare le esigenze fisiche e cognitive dell’individuo con le caratteristiche tecniche e funzionali dei sistemi che utilizza, per una coesistenza che privilegia la salute, la sicurezza e l’efficacia delle interazioni.

Esiste anche un’evoluzione dell’ergonomia contemporanea, definita olistica, e delineata da Luigi Bandini Buti, padre e fondatore della SIE, Società Italiana di Ergonomia. Si innesta sul paradigma dell’Olismo, che postula l’insufficienza delle analisi riduzioniste per comprendere la totalità delle dinamiche sistemiche. Secondo questa teoria, le proprietà emergenti di un sistema non sono deducibili esclusivamente dalla sommatoria delle sue parti costituenti. Tale impostazione critica la frammentazione dell’approccio ergonomico tradizionale, che tende a categorizzare l’interazione uomo-sistema in compartimenti stagni quali usabilità/progettazione, salute/sicurezza del lavoro, e ergonomia cognitiva. Bandini Buti avanza la necessità di un framework concettuale più sofisticato che integri le variabili fisiche, cognitive e affettive nel progetto ergonomico, enfatizzando la preminenza di fattori quali le pre-conoscenze e capacità dell’individuo, la memoria collettiva, i pattern comportamentali e le emozioni. L’Ergonomia olistica, quindi, propugna un ampliamento del corpus metodologico e degli strumenti epistemici per affrontare la complessità intrinseca delle interazioni umane nell’ambito del design di ambienti, prodotti e sistemi, proponendo un’analisi più integrata e meno compartimentale dell’interfaccia uomo-oggetto.

Per una valutazione finale ergonomica, i team di sviluppo ergonomico utilizzano modelli fisici o digitali per emulare le caratteristiche del design proposto. Queste varietà di prototipi sono essenziali per valutare l’interazione tra l’utente e il prodotto in condizioni controllate e per rilevare problemi di usabilità prima della produzione e il lancio sul mercato. Gli utenti finali sono coinvolti per testare questi prototipi, fornendo feedback preziosi sulla loro esperienza d’uso, comfort, e facilità d’interazione attraverso interviste, test di usabilità e questionari appositamente costruiti per la raccolta di dati significativi. Durante l’analisi dei risultati, si esaminano le metriche quantitative e qualitative raccolte, come ad esempio il tempo di esecuzione dei compiti, l’accuratezza delle prestazioni, e le risposte soggettive degli utenti riguardanti il comfort e la soddisfazione. Questi dati vengono poi utilizzati per valutare l’efficacia delle soluzioni. Pertanto, quando si designa un prodotto o una sua parte come ‘ergonomico’, ciò sottolinea e si intende che il processo di analisi e sintesi ergonomico è stato eseguito nel suo intero iter. L’efficacia della soluzione ergonomica è valutata in relazione alle informazioni, l’oggetto ergonomico non esiste come entità assoluta, ma è il risultato del confronto tra diverse soluzioni, con l’obiettivo di identificare quella che offre il massimo comfort e prestazioni secondo anche gli obiettivi definiti nel brief di progetto.

Nell’ambito dello sviluppo ergonomico di ausili destinati a persone con disabilità, l’azienda Ponte Giulio ha adottato un processo di ricerca e sviluppo mirato a ottimizzare le prestazioni ergonomiche dei propri prodotti. Ad esempio, la progettazione di maniglie e maniglioni di sicurezza riflette un’approfondita indagine sulle interazioni fisiche e percettive tra l’utente e l’ausilio. L’avanzamento tecnologico e la capacità produttiva hanno consentito l’esplorazione e l’adozione di forme e di materiali che offrono un comfort anche tattile e percettivo superiore. L’evoluzione di questi dispositivi avviene attraverso un processo iterativo, dove ogni nuova soluzione viene confrontata con le versioni precedenti tramite un’analisi anche basata su parametri antropometrici,  capacità umane, necessità e feedback raccolti nel tempo da utenti e clienti. Questo consente di affinare continuamente il design, migliorando l’impugnabilità e l’efficacia funzionale, assicurando che gli ausili non solo rispondano ai requisiti di sicurezza, ma promuovano il comfort per incrementare la qualità di vita.

Volendo sempre più lavorare per il miglioramento degli standard di vita quotidiana, il percorso verso soluzioni più avanzate è un intricato intreccio di variabili. La molteplicità di caratteristiche progettuali che nel tempo designer e università hanno analizzato, ha generato nel tempo discipline e processi molto più articolati ed efficienti. Oltre all’ergonomia, emergono discipline inclusive e metodologie problem solving, che abbracciano ad esempio anche la diversità umana e i molteplici contesti d’uso. Questi approcci integrano strategie e metodologie più complesse, superando i limiti del tradizionale processo ergonomico per abbracciare una visione più ampia e integrata del design.

 

Design for All, Inclusive Design, Universal Design: approcci progettuali a confronto

Nell’evoluzione costante del Design e dell’innovazione, emerge sempre più la necessità di porre al centro della progettazione l’obiettivo dell’inclusione. L’inclusione è una parola che porta con sé numerosi significati e ambiti, in quello progettuale rappresenta l’ambizione di vivere in una società in cui ogni individuo, indipendentemente dalle sue abilità, disabilità, età, genere o background culturale, ha accesso agli stessi servizi, prodotti e opportunità – un mondo veramente equo e accessibile per tutti. L’importanza di porre l’inclusione al centro del processo di progettazione è resa ancor più evidente dal progressivo invecchiamento della popolazione: l’aumento della longevità è un segno di progresso, ma presenta nuove sfide per trovare le risposte più pertinenti alle esigenze di una popolazione anziana che convive con almeno cinque generazioni. Questo rende per il Design un imperativo etico, tecnico e pratico.

In tale contesto, emergono tre discipline significative che hanno affrontato la progettazione attraverso riflessioni in decenni di storia: Design for All, Inclusive Design e Universal Design. Ognuna affronta il tema con modalità da diverse angolazioni, ma con un obiettivo comune: migliorare la vita degli individui, l’autonomia e, più in generale, il benessere e il comfort attraverso la progettazione. Seppur con un obiettivo comune, ognuna ha le sue  caratteristiche distintive, in termini di processo, strategie e benefici. Le tre discipline promuovono una cultura di accettazione, rispetto e considerazione; questo conduce a una maggiore coesione sociale, a una riduzione delle disparità e a una maggiore partecipazione attiva di tutti i membri della comunità.

Dalla dichiarazione di Stoccolma del 2004, il Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza. Le principali premesse sono l’approccio olistico e la sfida creativa: la prima evidenzia la necessità di organizzare gruppi di lavoro con le competenze e le professionalità necessarie per affrontare il progetto nella sua totalità e complessità; la seconda l’energia e la determinazione che spinge a esplorare nuove idee per superare gli ostacoli trovando soluzioni alternative e innovative. La sfida creativa ed etica è rivolta non solo ai progettisti, ma anche agli imprenditori, agli amministratori e ai dirigenti politici a cui è chiesto di considerare costantemente l’inclusione come parte integrante della loro visione proprio perché sono fondamentali decisori del processo progettuale in opera.

Il coinvolgimento attivo e creativo degli utenti finali, degli stakeholder (debitamente selezionati) e degli experiencer (diretti e indiretti) è il pilastro del Design for All, che ha consolidato da vent’anni la centralità di processi partecipativi. Gli individui eterogenei per cui sono destinate le soluzioni – che siano prodotti, servizi o ambienti – devono essere coinvolti fin dalle prime fasi del processo di progettazione perché portano una prospettiva unica e preziosa sulla loro esperienza e sulle eventuali difficoltà che affrontano. Il team di lavoro collabora con loro per comprendere i loro bisogni, preferenze ed esigenze specifiche, e trasformando le informazioni in requisiti di progetto che daranno vita alle soluzioni opportune anch’esse validate dalle persone coinvolte.

Il Design for All rappresenta una sfida che richiede tempo, impegno e talvolta costi aggiuntivi rispetto a un approccio tradizionale, ma riduce notevolmente la possibilità di errori (e quindi a sua volta eliminando i costi di rettifica) proprio per la continua verifica “bottom-up”. Inoltre assicura che le soluzioni siano mirate alla gradevolezza e non discriminanti, ovvero senza enfatizzare le differenze o le esigenze specifiche, come ad esempio quelle delle persone con disabilità.

 

LInclusive Design è una filosofia di progettazione molto simile al Design for All, infatti si pone come obiettivo la partecipazione in modo equo, sicuro e indipendente nelle attività quotidiane considerando la diversità umana. Per raggiungere questi obiettivi adotta una serie di principi chiave (esplicitati dal Design Council) che pongono, come il Design for All, le persone al centro del processo di progettazione promuovendo il benessere personale, la coesione sociale e il piacere per tutti. Sottolinea la necessità di non focalizzarsi unicamente alle limitazioni motorie, ma di estendere il proprio raggio d’azione anche alle difficoltà di apprendimento, ai problemi di salute mentale, alle disabilità visive e uditive. 

L’Inclusive Design riconosce apertamente che non sempre è possibile risolvere tutte le esigenze con una singola soluzione, e propone di rendere nota la parte di popolazione che potrebbe essere esclusa – le cause possono essere dovute a questioni tecniche, tecnologiche o, talvolta, economiche. Esorta a proporre alternative che tengono conto della diversità delle esigenze degli utenti, garantendo la possibilità di scelta, come collezioni di prodotti, soluzioni complementari, add-ons o altro. 

Di particolar rilievo, riconosce la diversità delle esigenze in continuo mutamento e propone che le soluzioni siano predisposte alla flessibilità nel tempo, garantendo che l’accesso e l’usabilità siano continuamente ottimali.

 

L’Universal Design è un approccio molto diffuso negli Stati Uniti, in Australia e non solo, che si basa su 9 principi chiave, rendendo il processo di progettazione inclusiva apparentemente di semplice applicazione: equità nell’uso, flessibilità nell’uso, semplicità e intuitività, informazioni per tutti, tolleranza all’errore, riduzione dell’Impegno fisico, dimensioni e spazio adeguati, compatibilità con il futuro, e bassi costi d’uso. Seppur la lista (o manifesto) sia ampiamente condivisibile, apprezzabile, e nonostante non sia concordato un particolare processo o metodo, questi principi subiscono continue integrazioni e precisazioni. La complessità del progetto contemporaneo e delle sfide richiede un continuo adattamento, la disciplina riconosce (indirettamente) che la diversità delle esigenze è difficilmente riassumibile in pochi assunti. 

In modo aperto o implicito, Design for All, Inclusive Design e Universal Design, tengono in considerazione l’impatto ambientale e il risparmio energetico – si affrontano sfide ambientali senza precedenti, e pertanto promuovono una progettazione sostenibile e responsabile per costruire una società più giusta, sostenibile e inclusiva per le generazioni presenti e future.

 

Il lavabo Prime arriva sul piccolo schermo

Non c’è più grande soddisfazione per uno Studio di Design che vedere i propri prodotti in uso e visibili nella vita quotidiana. Ancor più delle vendite. E’ questo il caso del lavabo Prime, scelto dalla produzione Rai per il serie televisiva ‘Lea – Un nuovo giorno’ sviluppata in 4 serate. Disegnato da Francesco Rodighiero, rispetta i principi del Design for All e ha ottenuto il Marchio di Qualità rilasciato dall’Associazione Design for All Italia.

La costruzione del set ha previsto la posa, seppur non propriamente corretta, di tre lavabi da appoggio con i miscelatori scelti e suggeriti dall’azienda produttrice del lavabo. Goman infatti ha provveduto alla fornitura degli elementi richiesti dalla produzione, che ringraziamo per la cortesia.

Possiamo supporre, quasi con certezza, che la scelta del prodotto sia riconducibile non unicamente per le caratteristiche funzionali. Ma anche per la volontà di non utilizzare lavabi ospedalieri particolarmente caratterizzanti e stigmatizzati, molto presenti in svariate strutture in Italia e all’estero. Fa ancora più piacere, quindi, almeno pensare che ci sia stata l’idea di presentare un bagno con elementi del Design italiano innovativi ed espressivi.

PEBA Lombardia, Linee Guida in chiave Design for All

Il 23 novembre 2021, la Regione Lombardia ha deliberato le nuove Linee Guida regionali per l’elaborazione dei PEBA. PEBA è l’acronimo di “Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche”.  La Legge del 1986 che intrudeva l’obbligo da parte dei Comuni non ha dato gli esiti auspicati, e molti comuni non sono dotati di un piano. Molto probabilmente, le ragioni risiedono nella mancanza d indicazioni tecniche necessarie alle Amministrazioni per la loro redazione.

La Regione Lombardia, deliberando le nuove linee guida, cambia radicalmente il paradigma. Non si tratta più unicamente di eliminare le barriere architettoniche, ma coniuga la progettazione accessibile e inclusione sociale dei cittadini, benessere ambientale e vivibilità dello spazio pubblico. Ancor più, innova la procedura seguendo l’approccio Design for All: un processo che include tutti gli attori, gli utenti e i decisori nella progettazione.

In questo modo, si sta cercando di andare oltre un approccio meramente burocratico, bensì si tende a strutturare gli interventi per la comunità con l’ottica di migliorare la qualità della vita. Non solo per le persone con disabilità, anche per garantire la mobilità, la fruizione di percorsi tra i luoghi di maggiore interesse (i luoghi dei servizi sociali, sanitari, storico-culturali, sportivi, ricreativi, scolastici). Un’opportunità per rilanciare l’attrattività dei territori e promuoverne l’economia e il turismo.

Per questo motivo, l’Associazione Design for All Italia mette a disposizione le proprie competenze a tutte le Amministrazioni pubbliche che necessitano di un supporto per l’elaborazione dei PEBA. In particolare per la formazione del personale amministrativo e per la consulenza strategica nella definizione degli obiettivi e priorità. A questo link potete trovare le informazione necessarie.

Per maggiori informazioni sulle linee guida, potete consultare l’articolo integrale dell’Associazione Ledha.

Design for All, Wikipedia: una definizione incorretta che non trova soluzione

Design for All, Wikipedia: una definizione incorretta che non trova soluzione.

Da diversi anni, alcuni membri dell’Associazione Design For All Italia hanno tentato di correggere la voce di Wikipedia consultabile online. Nonostante i vari tentativi, Wikipedia rigetta le rettifiche e permane un profondo fraintendimento. Paragonare o equiparare il Design for All all’Universal Design è scorretto proprio perché sono approcci progettuali profondamente diversi. Universal Design, Design for All, Inclusive Design, Human Centered Design, e tanti altri metodi progettuali, lavorano nella stessa direzione: migliorare la qualità della vita e l’autonomia, abilitare gli utenti. Ogni disciplina ha le sue particolarità con caratteristiche precise e condivise.

Definizione

La definizione ufficiale che potete trovare anche in questo sito con i dovuti approfondimenti, proveniente dalla Dichiarazione di Stoccolma dell’EIDD del 2004, è la seguente:

Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza. Questo approccio olistico ed innovativo costituisce una sfida creativa ed etica per tutti i progettisti, designer, imprenditori, amministratori e dirigenti politici. Design for All ha lo scopo di consentire a tutte le persone di avere pari opportunità di partecipazione in ogni aspetto della società. Per raggiungere questo obiettivo, l’ambiente costruito, gli oggetti quotidiani, i servizi, la cultura e le informazioni – in breve, tutto ciò che è stato progettato e realizzato da persone ad essere utilizzati da persone – deve essere accessibile, conveniente per tutti nella società da utilizzare e rispondente alla diversa evoluzione umana. La pratica del Design for All fa uso cosciente dell’analisi dei bisogni e delle aspirazioni umane e richiede il coinvolgimento degli utenti finali in ogni fase del processo di progettazione.

Pare subito evidente che i 7 principi dell’Universal Design sono abbastanza lontani dal Design for All, e piuttosto vicini ad alcuni principi dell’Ergonomia contemporanea. Se da un lato parliamo di approccio olistico e quindi di interdisciplinarità dei saperi, dall’altro parliamo di rispettare e applicare una lista di indicazioni. Una check list da rispettare, e il progetto diventa Universal Design oriented. Ancor più, il Design for All rende partecipi dello sviluppo del progetto gli utenti finali e tutti gli stakeholder, l’Universal Design non esplicita l’aspetto partecipativo e tanto meno il rispetto della dignità degli individui.

Il processo Design for All

Su questo ultimo punto, il Design for All risulta sempre più attuale e ha anticipato di diversi anni quello che oggi viene indicato come co-design. I risultati del processo Design for All, in questo modo, risultano estremamente più raffinati. Riescono a raccogliere e analizzare i bisogni espressi e sommersi cercando di trovare una o più soluzioni adeguate.

Sull’importanza del processo e come applicarlo, torneremo nuovamente in un altro approfondimento. Un approfondimento necessario per motivare il coinvolgimento degli attori, non come passivi per convalidare il progetto, ma incoraggiati ad apportare la propria esperienza e creatività. Gli utenti coinvolti sono fondamentali e non più prescindibili in qualsiasi approccio progettuale.

Progetto per disabili, diversamente abili, persone con disabilità. Non è una questione di linguaggio.

Progetto per disabili, diversamente abili, persone con disabilità.

Apparentemente può sembrare una questione di linguaggio. La lingua corrente e le sue forme di applicazione rimangono come espressione della cultura, del grado di civiltà, del modo di pensare, e del livello di attenzione. Alcuni autori contemporanei, infatti, definiscono il linguaggio umano come uno strumento del pensiero.

La Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità

A valle di un processo evolutivo della lingua corrente che tende sempre a migliorarsi anche in relazione al rispetto e alla sensibilità degli individui, sono evidenti le scelte da organi governativi di rilievo come l’ONU con la “Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità”. Persone con disabilità è il termine utilizzato ufficialmente anche dallo Stato Italiano. Con molta probabilità, per mettere al centro dell’attenzione la persona e non la patologia, condizione fisica.

Questa scelta e tale espressione, quando è in relazione o accompagnata al progetto avvalora il suo significato (dal latino: pro avanti jacere gettare; ciò che viene gettato davanti) innovativo e contemporaneo. Altresì, fornire servizi di progettazione, prodotti, o altro per disabili o diversamente abili risulta quasi un ossimoro. Ciò che può migliorare la qualità della vita, l’autonomia e il diritto all’accesso e l’utilizzo è contrapposto al rispetto delle persone.

Ancor più che le barriere architettoniche, quindi, sono le barriere culturali che possono avere un grande impatto sociale sulle discipline e le manifestazione dell’operato dell’uomo. Già ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) aveva gettato le basi per rivedere alcuni paradigmi: “Le disabilità sono il risultato dell’interazione tra le persone colpite da menomazioni fisiche e psichiche, gli ostacoli posti dall’ambiente e i comportamenti degli altri che impediscono una effettiva e piena integrazione sociale sulla base di un principio di eguaglianza tra gli uomini.”.

Ancora una volta il Design for All risulta più lungimirante e discreto, parlando di diversità umana, anche in relazione a desideri e ambizioni.

Privacy Settings
We use cookies to enhance your experience while using our website. If you are using our Services via a browser you can restrict, block or remove cookies through your web browser settings. We also use content and scripts from third parties that may use tracking technologies. You can selectively provide your consent below to allow such third party embeds. For complete information about the cookies we use, data we collect and how we process them, please check our Privacy Policy
Youtube
Consent to display content from - Youtube
Vimeo
Consent to display content from - Vimeo
Google Maps
Consent to display content from - Google